Dialogo con un personaggio in via di creazione

Illustrazione di Stefania Franchi 

“Come ti chiami?” esclamo battendo la penna a sfera sul labbro inferiore, per raccogliere le idee “Come posso chiamarti?”
Definire un personaggio è per me la cosa più difficile quando inizio una nuova favola, più delle caratteristiche fisiche e caratteriali, a mettermi in crisi è il nome.
Il nome è molto importante, secondo me, deve essere attraente e piacevole ma non troppo altisonante, particolare ma non troppo strano, che rimanga in mente ma non banale.
Guardo il foglio tristemente bianco, c’è più inchiostro sui miei polpastrelli che sotto la dicitura “Personaggi”.
E’ scritta in un importante stampatello e cerchiata più volte, come buon auspicio per la creatività; che però si rifiuta di venirmi in aiuto stanotte.
“Beh, sicuramente sarai un ragazzino… gentile, sensibile e piuttosto esile, e ti chiamerai Filippo” Un nome provvisorio, ma per il momento non mi viene e in mente di meglio.
Così finalmente uso la penna per quello per cui è stata inventata, cioè tracciare le prime informazioni sul mio protagonista.
Annoto il nome “Filippo”, sotto inizio una piccola lista : “ragazzino di 11 anni”, “timido e sensibile” “esile”.
Mi ritraggo guardando soddisfatto il mio lavoro, la mia battaglia contro il foglio bianco sta prendendo una bella piega. Le truppe di lettere e inchiostro hanno conquistato una buona fetta del campo di battaglia.
Che buffa metafora , però divertente, ci dovrei scrivere un racconto.
“A me il nome Filippo non piace mica, sai?”
“Chi ha parlato?” domando spaventato, è la voce di un bambino a parlare. Mi guardo intorno, ma nello studio non ci sono altre persone tranne me.
Sono sicuro di essere solo in casa, lo so perché ero molto felice di avere un’intera serata da dedicare alla scrittura. Ripasso mentalmente tutte le azioni della sera, cercando di ricordarmi se ho davvero chiuso tutte le porte e inserito l’allarme.
“Sono io, sono Filippo”
Diavolo! Troppo stress, ho le traveggole. Adesso sento anche le voci di bambini.
Però siccome sono molto suggestionabile e mi spavento facilmente, la balla dello stress fa presa fino a un certo punto.
“Filippo chi? Come hai fatto ad entrare? E dove sei nascosto?”
“Sono qua, non mi vedi? Sono proprio davanti a te”
Ecco adesso si che sono spaventato! Deve trattarsi di un fantasma perché davanti a me non c’è nessuno.
“Sei uno spettro?” chiedo tremolante.
“Ma che spettro!” mi risponde spazientita la voce “La devi smettere di leggere tutti quei romanzi di King che poi ti spaventi. Sono Filippo, il personaggio che hai appena inventato, sono qua davanti a te, guarda bene”
Un po’ indispettito che un ragazzino mettesse in discussione il mio coraggio, strizzo gli occhi, per vedere meglio. La lampada sulla mia scrivania manda un cono di luce ambrato e piacevole sui miei fogli, il resto delle stanza è immerso nella penombra. Una poltrona, una vecchia libreria stracolma, un piccolo tavolino e nient’altro.
Aspetta un attimo però! A guardar bene la sagoma della poltrona, da questa angolazione, ricorda il corpo di una persona molto piccola. E cosa c’è appoggiato sopra? Sono vestiti naturalmente, lo so bene ce li ho messi io.
Ma nella luce fioca della lampada ricordano più una testa, riccioluta per la precisione.
“Oh finalmente mi hai visto. Per essere uno che si vanta della sua fantasia sei un po’ deludente”
Riesco solo a balbettare qualche scusa, che suona ridicola detta alla sagoma di una poltrona usata come armadio. Ma con mia enorme sorpresa l’ombra prende via via le sembianze di un ragazzino. Che sia solo suggestione?
“Comunque” continuano i miei vestiti “Sono qua per chiederti di non scrivere niente su di me”
“Perché mai ?” rispondo po’ offeso, sono un tipo permaloso e non mi piace che mi venga detto come fare le cose.
“Dai lo sappiamo entrambi, non fare il finto tonto. Tu ora mi inventi, mi segui?” annuisco alla mia poltrona, sembra soddisfatta della mia risposta e prosegue.
“Intanto mi hai fatto esile e sensibile, mai che uno possa essere tosto e felice, ma che problemi avete voi scribacchini? Per di più mi infili in un modo fantasioso e ridicolo dove, come se non bastasse, mi troverò isolato e incompreso. Ringrazio il Signore che il mondo dei suoni e dei colori sia toccato al povero Gabriel. Sarebbe stato una tortura vivere li.
Comunque lo sappiamo entrambi che succederà dopo no ?”
“Che succederà?” domando un po’ perplesso, non mi capita spesso di parlare con i miei personaggi e comunque non sono mai così insolenti
“Succederà un casino! Ecco cosa succederà. Dovrò rischiare più volte la vita, soffrire fame e freddo, affrontare nemici spaventosi e viaggi estenuanti. Io te lo dico chiaramente non mi scrivere perché non ci tengo a fare tutto questo”.
“Ma scusami Filippo, io scrivo favole, lo sai che alla fine ci sarà un bel finale. Tu vincerai e forse ti farò diventare re”.
Mi sento a disagio, è un po’ stravagante contrattare con una mia fantasia per farle accettare il suo ruolo.
“Non mi importa niente del finale! Il finale saranno si e no due tre pagine, è il resto del libro a preoccuparmi, quella in cui vengo bersagliato più di un fagiano capitato al club della caccia. Forse non hai capito bene, non ho voglia di soffrire. Rinuncio alla gloria piuttosto, ma lasciami tranquillo”
“Ma come ti permetti?” comincio ad inquietarmi, quando è troppo è troppo “Io sono lo scrittore, sono io che ti ho inventato e tu obbedirai a me. E comunque ti ho fatto dolce e sensibile non polemico e strafottente.”
“Accipicchia! E’ arrivato lo scrittore” mi sembra di scorgere un sorriso tra le pieghe della mia giacca, buttata sulla poltrone nemmeno tre ore fa. “Ci siamo montati la testa eh? Se tu sei uno scrittore Eco cos’è? Comunque lo sai come vanno queste cose, c’è sempre un contrasto ideologico con chi ci mette al mondo. E’ un cliché”
“Lascia stare Eco, quando uno scrive è uno scrittore, come se uno va a giocare a calcio è un calciatore no?” il ragionamento fila ma non posso far a meno di arrossire mentre mi giustifico. “Comunque che è sta storia del conflitto, mica sono tuo padre”.
“Beh è come se lo fossi. Sei un padre che sta mandando suo figlio in un mondo ostile e pericoloso. Cosa hai in serbo per me ? Stregoni Crudeli? Mostri Marini? O addirittura un drago? Non ti fermare ti prego, scaglia su di me tutte la tua fantasia”
Potrei anche sbagliarmi, magari sto sognando, ma vedo i braccioli della poltrona, immersi nell’ombra, prendere vita e aprirsi nella eloquente posa di una vittima che si concede docile al carnefice.
“Va bene Filippo, capisco il tuo punto di vista” questa cosa del figlio mi ha un po’ scombussolato “Ormai ti ho scritto, mica posso cancellarti, sarebbe ancora peggio. Saresti spazzato via dal mondo da una riga di penna blu. E’ questo che vuoi?”
La mia giacca scuote decisa la testa ricciuta.
“Ti faccio una proposta, mettiamoci d’accordo su quello che accadrà. Se qualcosa ti spaventa troppo non lo scriviamo che ne dici?”
“Va bene ci sto. Puoi farmi muscoloso e sicuro di me?”
“Certo che posso” cancello parte della lista e scrivo: “muscoli scattanti” e “carattere sicuro”.
Incredibile a dirsi ma vestiti cambiano lentamente posizione sulla poltrona, come a rispondere all’ordine della mia penna. Adesso la sagoma che creano è decisamente più robusta.
Aggiungo “campione di arti marziali” per fargli un regalo. Avevo intenzione di ambientare il racconto in un passato fantastico ma sarà per la prossima volta. Noto la cinghia dalla mio borsello scivolare giù dal bracciolo, adesso la sagoma sembra indossare un kimono con tanto di cintura.
“Wow mi piace, grazie. Aggiungi che posso mangiare tutti i dolci che voglio senza sentirmi male. Anzi di più! Che i dolci mi danno dei fantastici superpoteri”
“Va bene” sbuffo, aggiungendo alla lista l’ultima, stramba richiesta “Ma per il cattivo come si fa? Qualcuno dobbiamo metterci”
“Evitiamo i rettili per favore, serpenti e affini mi mettono i brividi”
“Che ne dici di uno scienziato pazzo, che vuole controllare tutti i bambini con i dolci modificati?”
“Ummmmm mi piace l’idea, non sei poi così male dopotutto. Va bene continua su questa linea e mi raccomando niente tappe troppo dure ok?”
“Solamente quelle che potrai sopportare” prometto portandomi la mano sul cuore.
“Allora ci vediamo presto, tornerò a controllarti. Fai un buon lavoro” poi un battito di ciglia e la poltrona torna ad essere una poltrona e la montagna di abiti solamente una denuncia silenziosa al mio disordine cronico.
La biro mangiucchiata è sempre tra le mie dita macchiate di blu, la appoggio sul margine superiore del foglio e scrivo finalmente il titolo : “Filippo contro il ladro di caramelle”.
Ho l’impressione che sarà una bella favola dopotutto.

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