Legami

Andrea correva lungo il molo, seguita da vicino da Zeno, il suo fedele cane. Lacrime roventi di rabbia rotolavano lungo gli zigomi spigolosi, era dovuta fuggire dagli allenamenti per non farsi vedere debole davanti a quegli idioti.
Sapeva che avrebbe avuto problemi con Steve e la sua cricca fin da quando quel cretino del Professor Carli non l’aveva scelta come giovane promessa della squadra di atletica. Specialità : lancio del peso.
Si era rivelata una vera campionessa in effetti, ma gli allenamenti costanti le avevano donato un corpo così poco femminile che al confronto Hugh Jackman pareva Biancaneve.

Non era mai stata una ragazzina come le altre, fu chiaro fin da subito alla casa famiglia. I tratti spigolosi e la predilezione per la compagnia machile la distinguevano in maniera netta dal resto delle compagne.
Nemmeno i boccoli e le trecce, che a quei tempi la signorina Sara si intestardiva a ricamarle in testa, erano mai riusciti ad addolcire i suoi tratti rudi.
Giunta l’adolescenza aveva ovviato al rischio della derisione, imparando abilmente a diventare parte della tappezzeria; ma l’effetto degli allenamenti e della maledetta pubertà l’avevano resa in pochi mesi più vistosa di un orso a un balletto.
Così era passata da essere Andrea “l’invisibile”, ostinatamente intenzionata ad essere ricordata come poco più di uno sfuggente dettaglio, ad Andrea “la gigantessa”, il bersaglio preferito dei bulli. Triste riferimento a un grande wrestler. Che, ironia della sorte, lei adorava.
Purtroppo il duro lavoro al campo di atletica non aveva messo i muscoli alla sua anima, che era rimasta fragile e delicata, come quando era bambina.
Non riusciva tener testa a quei ragazzi quando la prendevano di mira ed era costretta a fuggire gonfia di rabbia verso se stessa e verso quei quattro imbecilli. Ah come avrebbe voluto avere il coraggio di prenderli a calci quei pezzi di…
“Merda” gridò, quando qualcosa intrappolò le sue caviglie.
Ebbe appena il tempo di proteggersi il viso con le mani prima di ritrovarsi distesa a terra, avvolta in un rete che puzzava come una scatoletta di tonno avariata. Non tonno normale, tonno al naturale. Avariato.

“Stai attenta ragazzina” berciò un vecchio “O forse dovrei dire ragazzo? Ai miei tempi le donne portavano capigliature più adeguate”
La voce apparteneva a Ettore Diotallevi, vecchio burbero che sbarcava il lunario facendo il pescatore. Aveva donato alla patria, come non mancava mai di ricordare, i migliori anni della sua vita e l’occhio destro.
Quest’ultimo perso in uno scontro all’ultimo sangue contro tre nemici che lo avevano sorpreso in un’imboscata, si era battuto come un leone, armato solamente di un gruccia per abiti. Ne era uscito vincitore, ma con la vista dimezzata.
O almeno questo è quello che vi racconterà dopo che gli avrete offerto un rhum alla “Sirena”. La peggior bettola della città.
Ettore non aveva amici, parlava solo coi i garzoni delle pescherie. E non che ci tenesse a famigliarizzare con quegli idioti che lo derubavano giornalmente.
Dopo anni passati a girare il mondo a conoscere gente nuova e a ucciderla, non chiedeva altro di più che starsene da solo, a pescare sulla barchetta che aveva comprato dopo il congedo. Desiderava solamente spaccarsi la schiena sotto il sole, cosicché la sera, una volta tornato alla sua casa solitaria sull’isola, fosse troppo stanco perché gli incubi disturbassero il suo sonno.
Negli anni successivi al congedo era stato piuttosto bravo a recidere ogni legame che non fosse più di una semplice regola sociale. Si era talmente adattato alla sua routine, da provare un sincero odio per chiunque vi interferisse. Specialmente se questi era una maschiaccia piombata sulla sua rete appena districata e stesa ad asciugare.

“Buono Zeno” sussurrò Andrea, al piccolo meticcio che aveva tirato indietro le orecchie e mostrava minaccioso i denti al pescatore.
Appena il fedele cane si fu calmato e aver dopo controllato di essere tutta intera, rivolse la sua attenzione al vecchio che l’aveva insultata.
In un altro giorno non avrebbe avuto cuore di rispondere per le rime e una persona tanto più grande di lei, ma era già stata insultata abbastanza quel giorno, si sentiva stanca e umiliata. Così, ancor prima di rendersene, conto sputò addosso al vecchio pescatore tutto quello che gli era rimasto nella gola fino a quel momento.
“Come si permette lei, si è guardato allo specchio? E’ inquietante e puzza come un gabbiano morto. Sarà meglio che si rimangi quello che ha detto o potrei smetterla di calmare Zeno”.
Il cagnolino sentendosi chiamare iniziò a scodinzolare, dando un duro colpo alla credibilità della minaccia.
“L’ultima persona che mi hanno aizzato contro un cane è stato un maledetto nazista, e lui possedeva un dobermann addestrato a uccidere, non un peluche scondinzolante” sbuffò Ettore.
“Beh sarà meglio che chieda scusa o io…” Andrea stringeva i pugni minacciosa si sentiva gonfia di rabbia, purtroppo non aveva calcolato che aprire i canali della collera avrebbe riaperto anche quelli lacrimali.
“Ah vedo che qualcosa di femminile ce l’hai dunque” la schernì il pescatore “I veri uomini non piangono. Lo dicevo sempre a quel pusillanime di Gioacchino mentre respingevamo gli austro-ungarici sul Piave.
“Mi scusi” chiese Andrea più perplessa che arrabbiata “Ma lei quale Guerra Mondiale ha fatto?”
“”Non dire assurdità ragazzina” brontolò il pescatore “Che vi insegnano a scuola? Ai miei tempi imparavamo a suon di bacchettate. I professori sapevano insegnare e farsi rispettare, mica come quei mollaccioni che avete voi oggi!”
Non era del tutto convinta che quella fosse una risposta, ma non era mai stata un asso in storia, quindi decise di non rischiare oltre.
“Comunque non ti chiederò scusa per avermi rovinato un’ora di lavoro, quindi smamma”
Andrea non smammò. Decise, in quel momento, che non avrebbe mai più lasciato l’ultima parola a uno Steve qualunque. Anche se si fosse trattato di un vecchio, inquietante da un occhio solo.
“Lei mi ha offesa, è stato molto scortese. E forse è per questo che è l’unico da solo su questo molo. Non credo che ci siano molte persone che siano disposte a frequentare un tipo antipatico come lei. Comunque non mi interessa la sua squallida vita, pretendo le sue scuse per avermi offesa e presa in giro come farebbe un bulletto di quartiere. Altrimenti rimarrò qua a strillare fino stanotte”
Intanto intorno ai due si era formato un piccolo capannello di curiosi: marinai, facchini, passanti. Qualcuno aveva addirittura interrotto il lavoro, per seguire meglio quella scenetta inaspettata.
Ettore odiava i curiosi, ad essere sinceri odiava le persone in generale. Gli unici con cui aveva meno fastidio a parlare erano gli avventori della “Sirena” con cui si ubriacava la sera. E loro non conoscevano nemmeno il suo nome. Lo chiamavano Willy l’orbo, perlopiù.
“Va bene” ringhiò Ettore abbassando il tono della voce a uno stizzito sussurro “Ti chiedo scusa, volevo solo scherzare. Però” aggiunse baldanzoso, agognando una parte di ragione “Tu mi aiuterai a districare di nuovo la rete, sei stata disattenta, la colpa è tua”
“Mi sta bene. Accetto le tue scuse” disse Andrea trionfante, porgendogli la mano. Aiutare il vecchio non le dispiaceva, si sentiva già in colpa per avergli urlato, inoltre se fosse tornata dal campo troppo presto qualcuno si sarebbe chiesto perché fosse scappata dagli allenamenti.
Così mentre i curiosi, un po’ delusi, tornavano alle loro faccende, i due si sedettero vicini, mettendosi silenziosamente al lavoro.
Un conto però è stare in silenzio da soli, cullati dai propri pensieri, un conto è stare in silenzio in due. L’aria intorno si fa più pesante e imbarazzante, e ci si trova a pensare unicamente a qualcosa da dire.
“Io mi chiamo Ettore” disse finalmente il pescatore.
“E io sono Andrea, piacere”.
“Sembri troppo tosta perchè un vecchio come me possa farti piangere” continuò, sull’onda dell’entusiasmo per aver avviato il dialogo “Allora chi è stato?”
Andrea lo fissò un po’ sospettosa, valutando se fosse il caso di inventare una balla. Decise invece di fidarsi di quello strano individuo e gli raccontò il suo piccolo inferno personale.
“Che brutto tipo questo Steve” grugnì mentre districava l’ennesimo nodo, stendendo le maglie della rete “Se lo avessi tra le mani gli infilerei delle schegge di palma sotto le unghie” Poi d’un tratto si fece serio serio “E’ quello che ti facevano se venivi preso dei Vietcong. Giù a Saigon. Ne ho visti tanti io”
“Non credo che sarebbe il modo giusto di agire” rispose Andrea fissando le maglie della rete. Era rimasta ammaliata dal labirinto dei nodi e dalla forza e dalla resistenza che si creava dai legami tra semplici corde.
“In effetti hai ragione, dove la troviamo una palma a quest’ora poi?” rispose il vecchio pescatore.
Andrea sorrise, le venne in mente che quello era il suo primo sorriso della giornata, anche Ettore sorrise. I due continuarono a chiacchierare, scoprendosi molto più simili di quanto l’aspetto esteriore suggerisse. Il lavoro andò avanti ben più dell’ora che Ettore ci avrebbe messo se lo avesse fatto da solo. Andrea rallentò volutamente il lavoro, per permettere al veterano di raccontare quando, assieme ad altri 999 coraggiosi, salpò da Quarto per realizzare un sogno.
“Ecco abbiamo finito” disse Ettore una volta terminata la storia. L’aria era diventata frizzante e il tramonto stava lentamente sostituendo il pomeriggio.
“Devi fare qualcosa per questa corda” disse Andrea, mostrando una parte della rete con una corda sfilacciata.
“Questa corda è vecchia e consumata” disse Ettore facendosi più vicino per esaminarla “Tieni , legaci attorno questa per rinforzarla”
Il pescatore passò ad Andrea un pezzo di corda nuovo e gli mostrò come utilizzarlo. Legò strettamente le giovani fibre color miele della corda nuova a quelle stanche e un po’ ingrigite della rete.
“Ecco così dovrebbe andare molto meglio” disse soddisfatto “Almeno per un po’.”
Poi si rivolse alla giovane.
“Grazie per il tuo aiuto, è stato un a piacere conoscerti”
“Beh è stato un piacere anche me”
“Domani mi trovi ancora qua, se passi da queste parti” concluse Ettore, mente già Andrea già correva verso casa.

Sapeva che non sarebbe passata di nuovo a trovarlo il giorno dopo. Invece Andrea passò, e anche il giorno seguente.
Diventò il loro appuntamento fisso, il momento più bello della giornata. La ragazza imparò molto dalla saggezza di Ettore, non ebbe più vergogna di quello che era. Divenne la miglior lanciatrice del peso che la scuola ricordasse. Inoltre i suoi voti in storia subirono un’impennata straordinaria.
La storia parla quasi esclusivamente di guerre e a quanto pare il suo amico aveva preso parte a molte di esse.
Il vecchio pescatore invece imparò che nella vita, per essere felici basta solo un pensiero. Il pensiero di un luogo, un’emozione, una persona o solo un appuntamento.
Per essere felici ci servono dei legami.

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2 pensieri riguardo “Legami

  1. wow…piacevole, letto tutto d’un fiato, scorre bene e fà sentire cosa si legge, si “vede” cosa scrive l’autore, la fantasia si anima da sola sulle descrizioni dei fatti e dei personaggi…bello..peccato sia già finito.

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  2. Ciao Alessandro, concordo con Mario. Il racconto è pervaso dalla giusta dose di dolcezza, l’incontro fra i due protagonisti emozionante. Due outsider destinati a segnare la vita uno dell’altro a dispetto dell’età: alcuni legami non si scelgono, giungono da soli quando meno te li aspetti

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